Cecature e bagliori

Rubrica Leggere negli anni verdi

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Al mio paese, quando ero bambino, Babbo Natale non portava regali. O meglio, non esisteva. Mica eravamo pagani, noi. Natale era una festa religiosa. Nasceva il Santo Bambinello, il Bambino Divino, il Salvatore - altro che renne. E si doveva esser buoni, naturalmente, ma non già per calcoli meschinamente utilitaristici, bensì per il fatto che nasceva Gesù. Il quale, figlio di Dio disceso sulla Terra per salvarci dal peccato e liberarci dalla peste dalla fame e dalla guerra, da ogni male, non poteva certo dedicarsi a frivolezze come una palla o una bambola.

Ci portava la Verità e la Vita, altroché. Certo, si ricevevano regali, a Natale, però regali utili, come il cappotto, le scarpe, un maglione. Ai giocattoli provvedeva invece, venti giorni prima, Santa Lucia. A sera, dopo cena, naturalmente in casa per il freddo ed il buio, seduti attorno alla stufa a recitare il rosario e raccontare storie, con i soli suoni della voce e del fuoco, aspettavamo il segnale. Da fuori, dalla voce - di sonno della neve, doveva arrivare prima o poi un rumore di zoccoli e di ruote, e uno scampanio. Santa Lucia passava col suo asino - si doveva aver fede, guai ad affacciarsi - e avvertiva di correre a dormire; al passaggio successivo non si sarebbe fermata dove ci fosse accesa qualche luce. E ci si addormentava, pregando che la notte fosse breve e la Santa attenta e generosa. E la notte era breve davvero, giacché al risveglio non ci si curava che la stufa non fosse ancora accesa e non vi fosse traccia della luce del giorno.

Annovero quelle attese e quei risvegli tra le gioie più intense, e così è stato inevitabile che Santa Lucia mi abbia seguito anche in questa orrenda città in cui nessuno la conosce, ed è inevitabile che ogni anno porti doni a mio figlio.

Ebbene, nonostante la mia reiterata devozione, credo che Santa Lucia mi abbia fatto uno scherzo, accecandomi. È stata sicuramente lei, infatti, a impedirmi di vedere, in un libro da me adoratamente letto e riletto, una pur ampia nota; il che mi ha portato, qualche tempo fa, su queste stesse pagine, a scrivere l'imperdonabile affermazione che in Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile non venga nominato il gioco del "Nascondino".

Eppure questo libro l'ho letto e riletto mille volte, sia nella traduzione di Benedetto Croce pubblicata da Laterza sia in quella di Michele Rak uscita da Garzanti nel 1986 e ora ripubblicata da quest'ultimo nei "Grandi Libri". L'ho letto e lo leggo e lo raccomando con particolare passione in tutti gli incontri che tengo presso scuole e biblioteche, a ragazzi e adulti, facendo anche sempre molto l'indignato per la scarsa conoscenza che se ne ha, ma solo adesso, a un'ennesima rilettura, mi sono accorto di una nota nell'Apertura della Seconda Giornata. Volendo essere pignolo, potrei dire che effettivamente "nascondino" non viene nominato, giacché Basile parla di "Covalera" (e Croce non lo traduce, ma Rak sì), però mi sembra non possano esservi dubbi leggendo quanto dice la nota in cui viene trascritta la descrizione che ne fece B. Zito in Defennemiento de la Vaiasseide, Napoli 1628: "Lo iuoco de la covalera lo ausano a Napole li fegliule grannecielle e se face de chi sto muodo: s'acchiettano otto o diece fegliule, li quali mprimmo iocano a lo tuocco a chi de loro deve attoccare a covare ed a chillo che attocca se le fa fare iuramento de non vedere addò se vanno ad accovare e così accovate che so' gridanno nmerso chillo che cova e le diceno: Vienela viene. Allora chillo che cova se parte da lo luoco addove steva e va cercanno chille che stanno accovate e s'abbene che ne trova quarcuno subbeto l'abbraccia stritto e dice: Audello audello; e ntanno chillo ch'èpegliato l'attocca a covare ad isso. Si canta nel giuoco una filastrocca che dice: Cova covalera / Chi ncappa e chi leva, / spingola ccà spingola llà, / Santa Lucia te fa ceca'". Sì, Santa Lucia m'ha fatto ceca', e io non posso fare altro che chiedere scusa.

Ritornare a quel pezzo è però un fatto di indubbia utilità, giacché mi permette di dire che gli scritti di Carmine De Luca sui giochi cui facevo riferimento in quel mio articolo sono ora stati raccolti in un elegante volumetto delle edizioni Il senatore di Corigliano Calabro. Purtroppo il libro, arricchito dalle illustrazioni di Cosimo Budetta e contenente anche un capitolo dedicato a un davvero magico gioco di carte che a me aveva insegnato mio padre, è fuori commercio ed è stato pubblicato in occasione del convegno "La letteratura per l'infanzia e la figura di Carmine De Luca", svoltosi a Corigliano lo scorso ottobre.

Presso le stesse edizioni è però uscito un altro libro prezioso di scritti del caro, non dimenticabile Carmine (questo in edizione venale, ma forse difficilmente reperibile in libreria): Adesso vi conto una storia... Raccolta di note critiche sulle fiabe italiane e internazionali, curato da Giovanni Pistoia, contenente scritti di Tullio De Mauro, Ermanno Detti e Vichi De Marchi. Si tratta della raccolta in volume delle note che accompagnavano i quattordici volumetti di fiabe che nel 1996, curati da De Luca, uscirono allegati a "l'Unità": Andersen, Grimm, Perrault, Afanasjev, Capuana, Gozzano, Basile, Emma Perodi, le fiabe irlandesi di Yeats, le norvegesi di Asbjorsen e Moe, le africane di Paul Radin, le inglesi di Katharine Briggs, le campane di Roberto De Simone, le francesi di Madame d'Aulnoy e Madame Le Prince de Beaumont. Note, queste di De Luca, dawvvro preziose e illuminanti.

A Carmine piaceva particolarmente la storia di Pat Diver, raccontata da Yeats: la storia di uno che, non avendo nulla da raccontare e considerando le fiabe "frottole da vecchi per far piacere ai bambini", si trova a passarsela davvero male,

A noi, che siamo qui, per passarcela un po' meno male, non rimane che raccontare e raccontare, camminando camminando, tra cecature e bagliori. .