Vaccinazioni obbligatorie

rubrica Leggere negli anni verdi

école gennaio 1997

                                                                                                           

     Succede anche questo. Apri un giornale - e magari nemmeno c'è bisogno di aprirlo, basta guardare la prima pagina -e c'è un titolo su "Moby Dick". Ne guardi un altro e dice che è in arrivo "Pinocchio".

Uno come me si emoziona, si eccita, si commuove. Perché uno come me pensa subito a Melville, a Collodi, ai libri Moby Dick e Pinocchio, a quelle storie prodigiose, diversamente ma inequivocabilmente prodigiose. Però uno come me si sbaglia, perché ovviamente non di quei libri si tratta - e quando mai? -, bensì di programmi televisivi. Non ho ragioni per entrare nel merito, quindi non lo farò. Voglio però dire della speranza che quelle pagine di giornale, e quei programmi televisivi, portino a leggere o rileggere quelle storie prodigiose. A me hanno fornito l'alibi per riparlarne qui: e qui voglio dirne poche sentitissime cose.

Poche, perché di Moby Dick e di Pinocchio si potrebbe parlare per un certo numero di vite, e quando è così è preferibile non strafare. Allora, proprio per non strafare, mi limiterò ad affermare perentoriamente che Moby Dick e Pinocchio non sono libri per bambini. Sono semplicemente grandi libri. Sono libri grandissimi - e Moby Dick grandissimo immenso - e quindi non è strano che, al di là delle intenzioni dei loro autori (intenzioni comunque diverse, giacché Collodi pubblicò Pinocchio a puntate chiedendo al direttore del "Giornale per i bambini" di pagargli bene "questa bambinata", mentre Melville ai bambini proprio non pensava), non è quindi strano che nel corso del tempo siano stati letti anche da bambini e ragazzi.

In particolare va ricordato che Pinocchio non è un libro per bambini, ma i bambini possono leggerlo. Soprattutto possono sentirselo leggere, per esempio a partire da molto piccoli. Sì, da molto piccoli. Ma, beninteso, nella lingua di Collodi, non certo in rifacimenti, riduzioni, adattamenti. Esiste anzi, a mio parere, una sorta di dovere civico, un provvedimento di salute pubblica: bisogna vaccinare per tempo i bambini somministrando loro il Pinocchio di Collodi per evitare che possano essere ben presto colpiti da quell'autentico morbo che è il "Pinocchio" di Walt Disney. Preciserò che con questo non intendo condannare tutti i film Disney, alcuni dei quali sono molto belli, ma questo Pseudo-Pinocchio è appunto un morbo. Sì, perché di Pinocchio ignora l'essenza forte, che è il gran teatro della fame e dell'ironia, della paura e dell'ironia, della notte e dell'ironia, il gran teatro dell'intreccio - di nutrimento reciproco - del divertimento e della paura.

Consiglierei di somministrare il vaccino prima, durante e dopo i pasti, utilizzando quelle meraviglie che sono le edizioni illustrate da Emanuele Luzzati (Nuages), Roberto Innocenti (C'era una volta), Lorenzo Mattotti (MilanoLibri). La maggiore efficacia è ottenuta poi affiancando alle citate meraviglie l'edizione curata per Feltrinelli da Fernando Tempesti - ma questa va presa soltanto dagli adulti.

Innumerevoli sono i vantaggi derivanti da questa terapia: uno di essi è che si eviterebbe di ridursi come quei disgraziati che recentemente hanno manifestato a Roma, sotto il vessillo berluscone, inalberando cartelli raffiguranti il Presidente del Consiglio Prodi con il naso lungo. Il livello mentale di costoro è sotto gli occhi di tutti, e la cosa migliore è senz'altro quella di lasciarli cuocere nel loro lurido brodo. Mi piace però riportare qui l'ottimo commento di Piergior­gio Bellocchio ("l'Unità", 18/11/96) all'infelice trovata: «Solo degli incolti, degli sprovveduti, dei poveri diavoli possono permettersi di svilire e sprecare allegramente (la penosa allegria dei babbei) uno dei pochissimi grandi personaggi creati dalla nostra letteratura moderna. Il più grande forse, quello che meglio ci rappresenta, nel bene e nel male. Far proprio, meccanicamente, il più vieto dei luoghi comuni: Pinocchio simbolo, eponimo, della menzogna! (...) Disgraziato chi è povero, ma ancor più disgraziato chi non ha alcuna coscienza della propria eredità, tradizione, patrimonio culturale, e per ignoranza li disprezza e li getta via.»

 Moby Dick non è un libro per bambini. Anni addietro diversi editori di libri per ra­gazzi lo hanno pubblicato, ridotto e riscritto, depurato della sapiente voce di Melville: cioè ridotto a vicenda avventurosa, privo della dimensione poetica e mitologica, insomma della sua forza vera. E le storie della letteratura per l'infanzia registravano, magari in quattro-cinque righe, il "romanzo caotico" di Herman Melville.

Ora Moby Dick non compare più nei cataloghi "per ragazzi" - con alcune eccezioni, ma si tratta di residui. È giusto che sia cosi: questo libro prodigioso non tollera recinti e interferenze, e dispiega la sua energia vitale proprio nella sua difformità. Scriveva Primo Levi ne La ricerca delle radici (Einaudi): «In Moby Dick c'è tutto quello che mi aspetto da un libro, ma anche molto di più. C'è l'esperienza umana, i mostri, il mondo reale che si rispecchia in un mondo visionario, la caccia-ricerca sentita come condanna e giustificazione dell'uomo, il pozzo buio dell'animo umano. È una favola; ma, come dice Pavese nell'introduzione alla sua esemplare traduzione, "la ricchezza di una favola sta nella capacità ch' essa possiede di simboleggiare il massimo numero di esperienze"». A differenza di Pinocchio non è nemmeno un libro che possa essere letto ai bambini; non ne coglierebbero nulla, e magari se ne allontanerebbero per sempre. A me sembra però necessario, doveroso parlarne ai bambini, preannunciarglielo.

Perché arriva un tempo oltre il quale non si può non parlare loro del futuro, e costui ha, nel bene come nel male, i suoi contorni più netti proprio là dove si stagliano le figure di Achab e Moby Dick, di Anne Frank, di Don Chisciotte. Ed è necessario dire loro che, presto o più tardi, dovranno incontrare la ragazzina ebrea la cui voce è riecheggiata nella sua limpida forza vitale pur dentro il ventre maledetto di un inimmaginabile Pesce-cane; che dovranno incontrare la limpida follia e la folle chiarezza del capitano Achab alla caccia disperata di quel dio demoniaco che è la Balena bianca; che dovranno incontrare il sogno, il quale, come si impara bene da Don Chisciotte, non è avasione dalla realtà bensì rivolta contro le sue crudeltà .

Perché "vivere è una faccenda pericolosa" e quindi bisogna attrezzarsi adeguatamente: di folle lucidità; di speranza - nonostante tutto - nel genere umano; di appassionato ascolto del proprio sentire.